Quando ci si chiede cosa significhi essere sani e cosa essere malati, la risposta può apparire ovvia. Naturalmente, siamo sani quando ci sentiamo bene e svolgiamo senza difficoltà le nostre abituali azioni quotidiane, mentre siamo malati quando soffriamo per dei sintomi e non riusciamo a fare ciò che facciamo di solito, o lo facciamo con difficoltà.

Tuttavia, se guardiamo più a fondo, la risposta non è così scontata come può apparire di primo acchito.
Quando siamo malati può succedere che ci sentiamo deboli anche dal punto di vista psicologico, vulnerabili e possiamo persino avere difficoltà a pensare con chiarezza.
Può succedere, specialmente quando i sintomi che si presentano sono particolarmente debilitanti, di abbattersi fino a pensare che non staremo mai più bene, che niente sarà più come prima.
La malattia, nella nostra cultura, è sinonimo di infermità, di limitazione della nostra vita, e dunque induce paura. Eppure la malattia oncologica non è necessariamente accompagnata da sintomi; capita molto spesso che i pazienti scoprano di avere una neoplasia quando si sentono in realtà bene e conducono una vita attiva.
Tuttavia, il sapere di essere affetti da un tumore ha un forte impatto nella gestione delle proprie attività proprio perché si è indotti a crearsi delle limitazioni, convinti di dover preservare le energie.
Salute e malattia, nella nostra visione del mondo, hanno significati tali che si dà per scontato che, una volta diagnosticata la malattia, si passi rapidamente ad una condizione limitante, di malati.
Il filosofo Umberto Galimberti descrive così la condizione di malato nel suo saggio Il corpo:
“ …deportato in uno spazio-tempo dove tutto funziona sotto la minaccia della morte, il paziente si percepisce, rispetto alla sua malattia, come un fatto esteriore, perché non solo il mondo della sua vita si interrompe, ma, con le sue abitudini, le sue disposizioni, la sua età, i suoi affetti, lui stesso diventa un fatto accidentale rispetto alla lettura medica che, come una saracinesca, si chiude sul suo corpo per aprirsi sul suo organismo che, da prodotto metodologico di una scienza, assurge alla dignità ontologica dell’esistenza. “

La persona che si scopre malata, dunque, relega la propria vita in secondo piano rispetto alla patologia e alle sue possibili conseguenze.
La vita viene identificata con la malattia stessa, scandita dai ritmi di visite e terapie, l’attenzione si concentra su ogni disturbo perdendo così interesse per il mondo esterno.
A questo stato mentale contribuiscono le terapie, ponendo il corpo come centro dell’essere umano.

Fortunatamente, molte persone riescono a non farsi travolgere dalla diagnosi, a mantenere il loro stile di vita e a combattere contro gli effetti collaterali delle terapie.
Questo è possibile solo mantenendo viva l’idea di essere umano come unione di anima, corpo e spirito, non concentrando tutta l’attenzione esclusivamente sul proprio stato fisico.

Succede anche che i figli dei malati, sottoponendosi a esami genetici per stabilire se anche in loro sussistano le mutazioni genetiche ed avendo un esito positivo, precipitino nella condizioni di malati latenti, angosciati ogni volta che si sottopongono ad un controllo.
Ecco come Galimberti descrive questo processo:
“ Quando il controllo medico non è più circoscritto nello spazio chiuso dell’ospedale, ma si diffonde, come oggi si auspica, nello spazio aperto della società, che così ne risulta attraversata e penetrata, allora sono le nostre abitudini, le nostre passioni, i nostri vizi, le nostre abitudini, la costituzione atmosferica, i prodotti del suolo, la qualità dell’acqua, in una parola tutto il mondo della nostra vita a cadere sotto la giurisdizione della medicina e a dover rispondere ai suoi controlli.
Se tutto ciò è bene perché ci garantisce dai pericoli che da ogni parte ci minacciano, allora vuol dire che questa società, nel suo continuo tentativo di esorcizzare la morte, l’ha diffusa ovunque, l’ha resa l’equivalente generale del nostro quotidiano modo di vivere, “

Sentendosi sotto la minaccia della malattia e in ostaggio degli esami e dei loro esiti, la persona vive come se malattia e morte permeassero la quotidianità.
Accade che i familiari non si sottopongano ai test per evitare queste angosce, per non sentirsi prigionieri della medicina preventiva e dei suoi controlli.
E questo non aiuta la ricerca, che può trovare le soluzioni a queste malattie.
E’ necessario riappropriarsi di un concetto più ampio di essere umano, così come dell’idea di imprevedibilità, andata praticamente perduta con il progresso scientifico e tecnologico.
La verità è che ci si può sentire molto sani quando si è molto malati, e viceversa si può soffrire quando la nostra salute è ottima.
Non sempre la nostra percezione corrisponde alla nostra realtà corporea, una visione più ampia può metterci in condizione di cogliere il meglio anche nei momenti più difficili.

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